Anoressia, bulimia, abbuffate compulsive.
Sono disturbi del comportamento alimentare ormai noti
a tutti. La loro diffusione aumenta progressivamente, anche se molti disturbi
sono da considerarsi sotto soglia, l’allarme soprattutto fra gli adolescenti,
ragazze e ragazzi, è molto alto.
Ma cosa distingue una ragazza anoressica da ogni
altra adolescente preoccupata del proprio peso e del proprio aspetto fisico? O
quali sono le peculiarità della personalità di un individuo che soffre di
bulimia da ogni altro individuo che cerca di sedare le proprie ansie o
insoddisfazioni, o crisi affettive mangiando dei dolci?
I pazienti che presentano questi disturbi condividono:
specifici meccanismi psicologici
specifiche modalità di percepire la propria
esperienza e di attribuirvi significati particolari.
Queste rappresentazioni e queste modalità di
funzionamento personale possono essere inquadrate all’interno di una specifica
ORGANIZZAZIONE DI SIGNIFICATO PERSONALE DEI DISTURBI
ALIMENTARI PSICOGENI
Ciò che accomuna le persone con comportamenti
anoressici e bulimici é principalmente il tentativo e il desiderio disperato di
ottenere conferma dall’esterno, sentirsi unici e speciali, al fine di mantenere o stabilire un
senso di autonomia e individualità. Essere sé
stessi e contemporaneamente essere “come tu mi vuoi”. E’ questo il dilemma che
travolge anoressici e bulimici.
I tratti cognitivi predominanti sono:
§
un’ errata percezione
della propria immagine corporea
§
prevalenza del pensiero
tutto-nulla, centrato sul presente
§
presenza di pensieri e
rituali ossessivi-compulsivi
§
senso di inadeguatezza
ed impotenza
La persona con un’organizzazione di significato
personale di questo tipo sviluppa una particolare attenzione ed abilità nella
ricerca di informazioni, segnali sociali, punti di vista, atteggiamenti degli
altri nel campo percettivo esterno, dimostrando notevole sensibilità ai segnali
emotivi immediati del contesto interpersonale. Di conseguenza la relazione con
il mondo si organizza facendo affidamento prevalentemente su riferimenti
esterni: caratteristiche interpersonali, ricerca
di vicinanza emotiva e fisica, buona competenza relazionale. La
possibilità di esprimere le proprie caratteristiche si realizza uniformandosi
ad una serie di modelli considerati positivi: si determina così una costante
ricerca di sintonia sulle aspettative dell’altro
che porta a comportamenti perfezionistici ed atteggiamenti
verso di sè ipercritici o alla difesa aprioristica delle proprie posizioni.
Piacere agli altri, soddisfare le
altrui aspettative (reali o presunte), tenendosi a distanza dal temuto giudizio
negativo, anche negandone la veridictà a tutti costi. Spesso le persone che sembrano insensibili al
giudizio ed alla critica sono quelle che maggiormente lo temono.
D’altra parte, quando il peso del giudizio altrui si
fa insostenibile, la strategia opposta è quella di chiudersi, evitando
l’esposizione. Se non ci si mette in mostra non si verrà giudicati.
Ma è questa soluzione, appoggiarsi all’altro per
definire il proprio senso di sé, che
sostiene il proprio senso di inadeguatezza. Il paradosso con cui si confronta
la persona che soffre di disturbi alimentari è questo: se mi affido all’altro
per definirmi e comprendere i miei stati interni mi troverò in una situazione
di dipendenza e percepirò l’altro come un fastidioso invasore e patirò un
conseguente senso di non protagonismo, di
incapacità, d’annullamento.
D’altro canto una condizione di autonomia
può comportare un senso di inaffidabilità
personale ma se mi conformo ad un criterio di riferimento esterno pago
il prezzo di un senso di non autenticità
e di non spontaneità
E’ in questo campo che il sintomo (per esempio
l’abbuffata) inizia a rivestire la funzione di mantenimento della continuità
del senso di sé e stabilizzazione della propria identità. Il cibo viene quindi
regolare l’esperienza emotiva disturbante (il senso di vuoto e di inconsistenza
personale) e distoglie l’attenzione dall’affiorare di un’immagine di sé
negativa.
Il racconto dell’abbuffata si accompagna alla
testimonianza della percezione di emozioni vaghe ed indefinite, difficilmente
nominabili. L’emozione più riconoscibile è quella successiva, il senso di
colpa, fino ad arrivare al disgusto ed alla rabbia verso di sé.
Intervento psicoterapeutico
Il primo obiettivo dell’intervento in psicoterapia è
quello di dare un senso alla propria
sofferenza, riconoscendo il disturbo
come un modo personale di funzionare
psicologicamente o di reagire agli eventi, connesso alla propria storia
personale, quindi non sciocco non stupido ma, in quanto parte di sé,
modificabile.
Successivamente ci si rivolge all’esplorazione delle
proprie emozioni, in un vero e proprio percorso di alfabetizzazione emotiva,
nel quale si da un nome al magma affettivo che si accompagna al sintomo, nel
tentativo di riconoscere e dare credito alle proprie percezioni interne fino a
giungere al riconoscimento della propria esperienza come reale “perché lo sento
io”.

