venerdì 15 marzo 2013

Positive Mental Health, per migliorare il proprio benessere psicofisico



Il MIP, Maggio di Informazione Psicologica,
promuove il decalogo di Positive Mental Health
per miglioraree il proprio benessere psicofisico:

La nostra salute dipende da una relazione dinamica ed equilibrata tra i bisogni del nostro corpo e quelli della nostra mente. Mente e corpo formano una sola entità e s’influenzano reciprocamente.
 Per mantenere un buono stato di salute è necessario perciò occuparsi di entrambi!
Per questo motivo, l’organizzazione inglese Positive Mental Health ha proposto un breve decalogo per mantenerci in buona salute, e gli psicologi del MIP, Maggio di Informazione Psicologica, lo promuovono.
Vediamo cosa ci suggeriscono:


  1. Mantieniti attivo e fai regolare esercizio fisico

  2. Alimentati attraverso una dieta sana ed equilibrata, con tanta frutta e verdura

  3. Bevi alcolici con moderazione

  4. Abbi stima di te e rispetta te stesso e gli altri

  5. Parla con qualcuno di come ti senti 

  6. Resta in contatto con i tuoi amici e familiari

  7. Impara qualcosa di nuovo: un’abilità o una lingua

  8. Prenditi una pausa e rilassati. Non cercare di fare troppo

  9. Chiedi aiuto a qualcuno, se ne hai bisogno

  10. Partecipa a qualcosa di positivo e fornisci il tuo contributo

     

     e, aggiungiamo noi, …

  11.  Partecipa, ogni anno, durante il mese di maggio, al MIP, Maggio di Informazione Psicologica


la prima e unica campagna nazionale di prevenzione del disagio psicologico, organizzata da Psycommunity, quest’anno alla sua 6° edizione.

Dal 10 aprile potrai prenotarti, andando sul www.psicologimip.it,  per un colloquio personale informativo gratuito o per un evento, a ingresso libero, tra i più di 1000 presenti nel programma MIP.


Ufficio Stampa MIP Imperia
Laura Ferrari, coordinatrice internet, mail email@lauraferraripsicologa.it, www.psicologimip.it/imperia , tel. 3395871718*
Ufficio Stampa MIP
Stefania Tucci, stampa@psicologimip.it, www.psicologimip.it, tel. 330409716*

venerdì 8 marzo 2013

La costruzione dell'esperienza - come si "costruisce una psicoterapia cognitiva


Tradizionalmente quando si pensa allo psicologo l'immagine che viene alla mente è quella di un distinto signore barbuto accomodato su di una sedia accanto ad un lettino. Ma da quando Sigmund Freud ha dato origine alle prime esperienze di terapia dell'anima dando alla luce la psicoanalisi, ne è passata di acqua sotto i ponti.
Ciò che distingue la psicoterapia cognitiva dalla psicoanalisi classica non è però l'arredo dello studio del professionista (ho visto terapeuti cognitivi utilizzare il famigerato lettino, ebbene sì!) ma piuttosto le basi su cui si regge l'intero impianto teorico.
Il cognitivismo nasce dalla corrente del comportamentismo intorno al finire degli anni '60 del secolo scorso. L'osservazione del disturbo si concentra sulla realtà concretamente osservabile del comportamento manifesto e si cerca di comprendere come questo comportamento viene appreso e quindi come possa esso estinguesi. Molte deller tecniche utilizzate in ambito comportamentista si avvalgono di interventi di condizionamento, apprendimenti e training. L'ipotesi è che il disturbo psicologico nasca da esperienze di apprendimento di comportamenti disadattivi, mantenute da una serie di variabili ambientali. Successivamente il cognitivismo concentrò maggiormente l'attenzione su pensieri e cognizioni dell'individuo e su come questi contribuiscano a determinare il disturbo. Ne è un chiaro esempio, nell'ambito del trattamento della depressione, la teoria di Beck: le persone depresse interpretano sistematicamente in modo errato gli eventi della propria vita, confermando un'immagine di sè negativa, persistendo in idee negative sul mondo e sul futuro (triade cognitiva).
Integrando i due approcci, in un ottica cognitivo-comportamentale, si può definire che l'individuo reagisce non all'ambiente ma alla rappresentazione che  di esso di si fa in termini cognitivi. Queste rappresentazioni sono il frutto di processi di apprendimento. Inoltre i pensieri negativi e le idee disfunzionali determinerebbero il prodursi di emozioni negative, che sono quindi secondarie a convinzioni errate.
Occorre però fare un distinguo tra l'assunto razionalista finora enunciato, per il quale e esiste un'unica realtà esterna, stabile, la cui conoscenza può essere sperimentata con l'uso della logica e della ragione, e quello propriamente costruttivista.

Secondo una visione costruttivista la conoscenza è frutto di un'organizzazione del mondo ed è quindi un processo di costruzione e ricostruzione dell'esperienza. Si ha quindi il passaggio da un'idea di esseri umani come elaboratori passivi di informazioni, cara alle radici classiche del cognitivismo, ad un'idea di esseri umani che generano significati.  Come elaborato da V. Guidano (1987, 1992) la mente costruisce attivamente la realtà attraverso l’interazione con gli stimoli dell’ambiente circostante ed attraverso l’interpretazione e la classificazione di tali stimoli. Tale classificazione avviene sulla base di schemi cognitivi  che vanno quindi a delineare l’organizzazione cognitiva del significato personale.
In questo processo hanno un ruolo di grande importanza le modalità di interazione sperimentate nella prima infanzia attraverso il costituirsi di pattern di attaccamento (Bowlby, 1989) che contribuiscono alla creazione degli schemi cognitivi.
E' la qualità delle risposte della figura di attaccamento (il genitore o la figura prevalente del bambino) che va a determinare il nucleo dei modelli operativi interni attraverso i quali il bambino costruisce il significato delle prime esperienze affettive e che ha influenza sulla formazione dei successivi rapporti interpersonali e della conoscenza di sè, dell'altro e del mondo.
Questo non solo ribalta la centralità dei pensieri sulle emozioni, filogeneticamente primarie rispetto ad essi. Ha anche una ricaduta sulla qualità dell'intervento terapeutico. Il trattamento non passa più attraverso una modificazione delle credenze del paziente per opera del terapeuta, attraverso ad esempio la tecnica del disputing razionale, ma la terapia stessa diventa un percorso di auto-esplorazione in cui il terapeuta svolge il ruolo di perturbatore strategicamente orientato (Guidano, 1992) che rimette in gioco la rigidità di sistemi cognitivi chiusi.
In quest'ottica la terapia si realizza grazie alla relazione tra terapeuta e paziente ed il suo obiettivo diventa raggiungere e mantenere un equilibrio dinamico, attraverso un cambiamento profondo che corrisponde ad una ristrutturazione cognitiva ed emotiva nei confronti di sè e del mondo .

La dimensione relazionale della terapia diventa centrale, perchè fornisce al paziente la possibilità di riconoscere i propri schemi di interazione e tentare di modificarli in una situazione senza rischio, quella della terapia, appunto (Bara, 1996, 2000) in cui la terapia diventa la palestra in cui sperimentare schemi relazionali differenti ed esprimere ciò che fino ad allora non era esprimibile e condivisibile.

Ma dal punto di vista del paziente che giunge in terapia cosa comporta tutto ciò?
Il riconoscimento che le proprie convinzioni non siano semplicemente errate ma bensì il frutto di una personale costruzione di significato, una delle possibili che in quel contesto di crescita l'individuo poteva costruirsi,  restituisce alla persona che ci porta la propria sofferenza in seduta il senso del proprio malessere, all'interno di una cornice non valutativa, in cui ogni forma di giudizio è sospesa.
E’ questa particolare esperienza che permettere di ricostruire e narrarsi diversamente.

Bibliografia
 Bara, B. G.  - Manuale di psicoterapia cognitiva . Bollati Boringhieri 1996
    "      "        - Il metodo della scienza cognitiva. Bollati Boringhieri 2000
Beck, A. T.  - Terapia cognitiva della depressione. Bollati Boringhieri 1987
Bowlby, J. - Una base sicura. Cortina 1989
Guidano V. F. e Liotti G. - Elementi di psicoterapia comportamentale. Bulzoni 1979
Guidano V. F. - Il sè nel suo divenire. Bollati Boringhieri 1992